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ZANZARA D'ORO 1990 / IL CONCORSO
La magia punge
di più
Lucio Vinciarelli, nei panni di
un goffo e tenero illusionista, si è aggiudicato la sesta
edizione del concorso per nuovi comici, la cui finalissima si
è tenuta al teatro Duse. Antonio Albanese e Paolo Cevoli
alla piazza d'onore. Una lunga kermesse, fra applausi e bordate
di fischi, condotta con abilità da Tita Ruggeri e Vito.
Lo sguardo fisso, due pesanti valigie,
lo smoking stropicciato, avanza lentamente incurante dello spiritoso
di turno che dalla galleria gli urla: "Vai piano".
Senza fretta il mago comincia a sciorinare i suoi goffi numeri,
una serie di trucchi ingenui e deliberatamente svelati. Qualche
mela, una bottiglia di liquore, un pugno di spaghetti bastano
a creare un clima poetico e divertito che rimanda a Bustric,
a Mac Roney, ai primi "Punto e Virgola". E' lui, il
mago muto e scalcinato di Lucio Vinciarelli, il trionfatore della
sesta edizione della Zanzara d'oro, concorso per nuovi comici
giunto l'altra sera alla finalissima nel corso di una affollata
e interminabile passerella al Duse.
La vittoria di questo trentaquattrenne torinese d'adozione (341)
è importante perché premia la matrice più
squisitamente teatrale (che è propria allo spirito della
gara) rispetto alla comicità televisiva e d'effetto. Che
poi Vinciarelli abbia regolato allo sprint due concorrenti di
cui certo sentiremo ancora parlare è fuori dubbio.
Al secondo posto è arrivato Antonio Albanese (326 punti)
che è interprete dalla evidente originalità e dai
tempi rispettabilissimi: la caratterizzata smorfia dello stralunato
psicologo dimostra un lavoro attorale lungo e una maturità
ormai acquisita. Mamma tv non se lo farà scappare.
Terzo il riminese Paolo Cevoli (318), la cui gustosa e tradizionale
macchietta tutta giocata sul falsetto dell'assessore di Roncofritto
poggia su un testo attuale e trascinante e garantisce sonore
risate.
Il verdetto non ha trovato d'accordo parte del pubblico (molto
più compassato rispetto all'anno scorso, ma comunque bizzarro
al punto da beccare un signor cantautore come Francesco Baccini)
che non ha risparmiato bordate di fischi miste ad applausi alla
nutritissima giuria. D'altronde la bagarre da Corrida è
tipica di questo appuntamento.
Fra gli otto concorrenti a farne le spese è stato soltanto
un acerbo Andrea Mitri (un paio di canzoncine e un monologhetto
stiracchiato). Gli altri se la sono cavata egregiamente: dal
quarto classificato Fabio Di Luigi (Bergonzoni docet) all'interessante
e sicuro Federico Bianco (è piaciuto il suo pezzo anti-mamme),
dal duo Faiella-Ganzerli impegnato in una rivisitazione di Diabolik
(un singolare incidente tecnico ne ha sottolineato le doti d'improvvisazione)
al giovane ma grintoso Diego Parasole.
Duse stipatissimo, big band sul palco tra veli e piante la brava
Tita Ruggeri e lo scatenato Vito (nei gustosissimi panni di un
prete parlante di campagna) a condurre le danze: come tradizione
vuole, dopo le due semifinali dell'Itc e la precedente selezione
a porte chiuse dei duecentocinquanta aspiranti, la macchina-mostre
dell'ultimo atto si è messa in moto. Tre ore e mezzo dì
bagarre con ospiti di riguardo sul palco (il trasformista Marchetto,
con i suoi costumi di carta e la sua vocazione al music-hall;
il sempre più spassoso Gene Gnocchi, vincitore della passata
edizione; il già citato Francesco Baccini) e con registi,
organizzatori e produttori televisivi a caccia di volti nuovi
in platea. L'affermazione di Vinciarelli, artista insolito e
schivo, è arrivata un po' a sorpresa ma le prime tre posizioni
fotografano fedelmente i valori in campo. E testimoniano in parte
la crisi d'identità del teatro comico (gli ultimi spettacoli
di Giole Dix e Lella Costa ne fanno fede): sfuggire alla tentazione
cabarettistica della battuta fulminante per tentare una più
complessa dimensione scenica.
Claudio Cumani - Il Resto del Carlino - 17/05/1990 |