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versi e modi diversi di morire in versi diversi
Ammazzarsi è
sempre andato di moda, ma il come e il quando, il perché
e il chi, il dove e la forma, danzano in infinite combinazioni
che il poeta suicida vivente riduce e fissa in 303 epigrammi,
caleidoscopici riflessi sulla morte, e perciò sulla vita.
Accanto agli strumenti "classici" ve ne sono tantissimi
pescati con vena inesauribile nell'umorismo ipocondriaco: ammazzarsi
di brioches, di vuoto, con un vestito di taglia troppo stretta,
mordendo un cane, a bagnomaria, di brodo, di versi, di urla,
di latte in polvere scaduto, di libertà, di stenti, di
sonno, di tasse. E ancora, morire di tagliatelle, discoteche,
"ciuvingam"... Sono evidenti l'impegno sociale e la
realtà politica, protesta e denuncia, miseria umana e
cattiveria troppo umana, la fatica di esistere e di dover sempre
viaggiare come un pellegrino incazzato. La filosofia epicurea
sostiene lo schifo provocato dalla trasformazione del corpo,
la sua decadenza, mentre lo stress alimenta suicidi truculenti,
premeditati / volontari / involontari (maldestri), morde i conflitti
sociali, la solitudine, gli slanci di generosità soffocati
e derisi. Qua e là compaiono aliti letterari, altrove
proverbi rivoltati come frittelle in giochi di parole e capriole
semantiche. La consapevolezza di una potenza impotente, di una
ritualità pubblica beffeggiata ma condivisa, la comicità
spremuta dai luoghi comuni, l'autoinsulto goduto e subito espulso,
l'ammazzarsi con la Morte, per dispetto, vendicando anche i soprusi
subiti nell'infanzia in un transfert catartico. |
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