IL
LIBRO DEL POETA DELLE FEMMINE
omaggio
a una signorina meravigliosa
Signorina meravigliosa
sei
capelli
docili morbidi
su spalla fluenti
labbra
rosa sorridenti
occhi
scuri furbi
malviventi
|
QUESTO
LIBRO
È DEDICATO A
LEI
SIGNORINA MERAVIGLIOSA
E
STUPENDA MUSA
DI VERSI
ISPIRATRICE
E
SE CHI SIA
LEI
IL LETTORE MI CHIEDERÀ
GLI RISPONDO
NON TE LO DICO MA
LEI
LO SA |
Non "donne",
ma "femmine". Chi però cercasse nel Poeta delle
femmine un accento misogino resterebbe deluso dai 600 epigrammi
di Lucio Vinciarelli. Emergono invece le tensioni (segrete o
plateali) di un allegro maudit, verosimili proiezioni del proprio
indicibile Io.
Per il verso di una castigata grafia, a strofe centrate e senza
punteggiatura, ti senti risucchiato all'improvviso in visioni
quasi metafisiche dell'altro sesso, rivelate con schiettezza
e inedita originalità.
Vitali sono le invenzioni e perversioni ritmiche, rime spericolate
e arditezze grammaticali, quasi una danza in metri soggetti ad
assonanze, allitterazioni e calembours. Vieni sorpreso da situazioni
plautine, sghignazzi beckettiani (quello del "Vago augellin...")
o arguzie degne di Apollinaire, da cadenze a ballo e a sballo,
da doppi sensi burloni.
In effetti è come se ogni componimento scoppiasse in coriandoli
di spirito popolaresco ma raffinato, un humour nero e rosa, rosso
e giallo; i tocchi dialettali, i proverbi e i luoghi comuni smascherati,
il lazzo giullaresco ne sono linfa briosa.
Le figure femminili spuntano nitide in ritratti, caricature,
flash, a volte fustigate con tenerezza, altre sorprese nel rossore
di sguardi indiscreti, in ogni caso risolte in comicità
esilarante.
Non mancano certo schizzi psicologici o ammiccamenti esistenziali,
e se leggi più a fondo, aldilà delle linguacce
o di occhiatacce dispettose, del tono scanzonato e disincantato,
non rimani imbarazzato da schegge di poesia 'alta', dall'attenzione
alla cronaca nera, alla politica, da una pensosità inquieta
e malinconica. In sostanza hai la sensazione che qualche bonaria
bordata di cinismo serva a ingannare un amor proprio ferito,
a nascondere un riso tendente all'amaro, un malessere confuso,
una nostalgia imprecisa che trova consolazione nei forti legami
familiari, anteriori e presenti.
Questa pensosità errabonda tra filastrocche, sferzate
e carezze, lo porta ad allestire una galleria di quadri profondamente
umani, reali o surreali, storici o mitici; ma non tutti sono
nomi propri, vi figurano infermiere, giornaliste, prof, cameriere,
o semplici aggettivi ad hoc... Ma di chi saranno quegli occhi
scuri, quella bocca sottile, quei capelli innamorati delle spalle?
della sua Musa ispiratrice, è chiaro, l'unica che Vinciarelli
non ha messo in piazza, perché tutti i 600 nomi si trovano
risolti in uno solo: quello che manca all'elenco e che solo lui
conosce. |