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La premessa
Voglio raccontare due emarginazioni.
L’emarginazione di chi è troppo buono e l’emarginazione di chi è troppo
cattivo.
L’emarginazione di Francesco che viene considerato
matto quando rinuncia alla ricchezza paterna e a tutti gli agi che
questa comportava. L’emarginazione di Lupo, immaginando che sia un bandito
autore di delitti e reati vari. I due vivono ai margini di due città: Assisi e
Gubbio. E sono proprio i loro abitanti a raccontarLi.
Assisani ed eugubini che parlano di Francesco e
Lupo prima o dopo averli incontrati oppure in loro presenza. Sono monologhi,
cioè istorie forse vere forse finte da un solo attore giullaramente dipinte:
comiche, drammatiche e grottesche.
Provo a far raccontare la vita difficile di
Francesco prima che sia comunemente compresa la sua scelta coraggiosa, provo a
far raccontare la vita difficile di Lupo prima che sia perdonato di tutte le
sue cattiverie.
Quando Francesco e Lupo si incontrano, si vedono
allo specchio due uomini quasi simili nella loro estrema diversità.
Il troppo buono e il troppo cattivo quasi si
somigliano: vestiti di stracci e sporchi. Il primo ha il sorriso del bene e il
secondo il ghigno del male. Ma quando si trovano davanti e si danno la mano…
avviene il miracolo.
Lupo e Francesco hanno avuto problemi col denaro,
il primo essendo povero prova a diventare ricco e se ne appropria illegalmente
e il secondo essendo ricco decide di diventare povero e ci rinuncia. Ecco
perché nel titolo della recita i loro nomi sono uniti con ironia e affetto da
una “e commerciale”.
Come nei precedenti spettacoli dedicati a San
Giorgio e a Che Guevara e Don Chisciotte, non interpreto i protagonisti della
recita, ma i personaggi che li raccontano.
Al termine della recita leggerò il Fioretto di
San Francesco e il Lupo.
Il testo è stato scritto in eugubino non propriamente
stretto cercando un linguaggio che fosse comprensibile nelle eventuali
repliche italiane.
Insomma quasi un italiano, quasi un volgare.
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