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Follia di San Francesco e sua
emarginazione
da Nova vita di San
Francesco di Arnaldo Fortini
La gloriosa follia
…Dicevano che una malvagia follia lo aveva preso, così che
era portato a scambiare il male per il bene, l’abbiezione per la perfezione.
Non esiste cosa più miserevole di quel fantasma
inafferrabile che è nei piccoli paesi per la pubblica opinione. L’invidia la
alimenta…
Questo malanimo era la causa principale dell’accanimento
che contro Francesco ponevano i suoi concittadini. I nobili che egli aveva
voluto emulare, i popolani che aveva voluto superare, i compagni che si erano
sentiti umiliati dalla sua prodigalità, i beneficiati che erano stati confusi
dalla sua generosità, i mercanti che in Pietro Bernardone vedevano il più
pericoloso concorrente, tutti sì trovavano uniti nella esplosione del bieco e
sordo rancore, a lungo covato sotto la maschera dell’adulazione…
La grande popolarità di cui il «fiore dei giovani» aveva
goduto presso i concittadini era troppo recente, perché egli non si sentisse
ferito da questi commenti malevoli. Furono giorni assai amari e difficili a
superare. Spesso piangeva e tornava a pregare Dio affinché volesse guidarlo e
sorreggerlo…
Pur tuttavia il tumulto che scoppiò, non appena lo videro
comparire al trivio di San Giorgio, fu tale da superare ogni sua previsione.
L’ira paterna
Il clamore rabbioso della marmaglia lo investì con tanta
violenza che egli stesso ne fu scosso, come quercia presa nel subitaneo impeto
dell’uragano. Dapprima avevano esitato a riconoscerlo, così pallido e sparuto,
con i vestiti a brandelli. Poi la voce si propagò, lo schiamazzo dilagò tra
scherni, risate, ingiurie. La furia di quel popolo avido, rissoso, crudele,
aveva una tale impronta di bestialità e dì viltà che ripugnava e atterriva al
tempo stesso.
Eccolo dunque colui che voleva diventare un gran
principe, il cavaliere che s’era inteso mancare l’animo sotto le mura di
Spoleto, l’innamorato della più bella donna che fosse al mondo, l’amico dei
lebbrosi! E lo deridevano, lo spingevano, lo afferravano per la tunica. Erano
gli ultimi giorni d’autunno; aveva piovuto da poco. Raccolsero manate di fango
e glielo scagliarono sul viso. Poi fioccarono i sassi, scesero le percosse. I
maltrattamenti, che gli statuti consentivano al popolo contro i lebbrosi messi
fuori della protezione della legge, si rivolgevano adesso contro il pazzo che
con i lebbrosi aveva stretto così mostruosa dimestichezza.
Qualche parola che egli tentò di pronunciare si perdette
nel generale clamore. I più vicini l’afferrarono, la ripeterono agli altri, la
fecero rimbalzare smascellandosi dalle risa, storpiandola ad arte, agitandola
come prova certa della sua pazzia. Egli ringraziava il Signore per averlo
condotto a quello stato, annunziava di essere chiamato a nuove imprese, a nuove
vittorie…
D’un tratto quel clamore di urli e di fischi cadde:
arrivava il padre, Pietro Bernardone. La gente si preparò avidamente a godere
il nuovo spettacolo.
Il mercante si fece largo violentemente, livido per
l’affronto, ansante di furore. Si scagliò rabbiosamente sul figlio, lo scosse,
lo colpì ciecamente, lo spinse fino alla piazzetta di San Nicolò, lo gettò
brutalmente nell’atrio della casa. Poi tutte le stanze risonarono dello scoppio
della sua collera. Ricordava, ad uno ad uno, gli affronti, le umiliazioni, i
danni; malediceva i suoi sogni di un tempo, le vane illusioni, le stolte
speranze, l’amore che aveva posto in quel figlio che adesso lo rovinava, lo
esponeva allo scherno dell’intera popolazione; narrava la dolorosa sorpresa, la
vergogna, l’ira, che lo avevano invaso nel momento che gli era giunta la
notizia del nuovo inaudito affronto. Stava nel negozio intento a ordinare certe
nuove stoffe, quando udì il rumore e qualcuno gli disse trattarsi di un pazzo
abbandonato, come è costume, alle offese del popolaccio. Non immaginava la
verità. Allorché gli fecero il nome del figlio, gli sembrò che la terra
sprofondasse sotto i suoi piedi. A questo erasi dunque ridotto lui, il
benefattore, il provvisore del Comune. Tanti anni di buona reputazione, di
riconosciuta avvedutezza, stavano per essere perduti.
Pietro Bernardone, il mercante noto su tutte le piazze di
Toscana e di Sciampagna, sarebbe d’ora in poi diventato l’oggetto della fiera
maldicenza dei suoi nemici e del perverso compatimento degli amici. Senza
contare le pezze di scarlatto che sparivano dalla casa e il terribile
disinganno. Adesso che il figlio (così mutato da un tempo, così macerato, come
se uscisse di sepoltura!) gli era venuto tra le mani, a quel modo, nel mezzo
della piazza della città, non c’era più da preoccuparsi di competenze
ecclesiastiche e di giurisdizioni territoriali, ed egli avrebbe ben saputo
farlo ravvedere e rimettergli la testa a partito.
Gli statuti comunali davano la facoltà al padre di
imprigionare in casa, con i ceppi ai piedi, il figlio che avesse male usato
delle sue sostanze,
Era questo il caso di Francesco, per le sue dissipazioni
nuove ed antiche, per lo scarlatto sottratto al fondaco. Per ciò Pietro,
prendendo la pretesto tale suo diritto, rinchiuse il figlio nel carcere della
casa e lo lasciò a riflettere su quello che gli convenisse di fare…
I nuovi discepoli della povertà
Adesso, quando i nuovi discepoli della Povertà salivano in
Assisi, si vedevano accolti con sdegnoso disprezzo. Se andavano per
l’elemosina, pochi davano, domandando loro con ironia se per caso avessero
inteso disfarsi delle loro sostanze per mangiarsi quelle degli altri. Accanita
era poi la persecuzione condotta contro di loro dai parenti. E molti, ricchi e
poveri, uomini e donne, seguitavano a deriderli e trattarli da stolti e
insensati. «Per questo» scrive l’Anonimo Perugino, «i loro congiunti e
consanguinei li perseguitavano e gli altri li irridevano, perché non si trovava
a quel tempo nessuno che gettasse le sue e andasse poi a chiedere la carità di
porta in porta»…
Così andavano attorno per Assisi, tentando invano di
piegare gli animi induriti, quei sette cittadini che un tempo avevano anche
essi contrattato i drappi e le terre, disputato sul prezzo, alzato l’ascia
della battaglia, infocato la torre, gridato in piazza per il Papa o per
l’Imperatore.
Ma Francesco voleva che tutte le regioni ascoltassero la
nuova parola di salvezza.
- Voi - disse ai compagni da lui riuniti nella selva al
momento che si accingevano a partire, due a due, per annunziare l’aurora di
pace che era sorta sul colle di Assisi, - troverete uomini fedeli, mansueti e
benigni, che lietamente voi e le vostre parole riceveranno; e altri più numerosi,
superbi e imprecanti, i quali resisteranno a voi e alle cose che direte.
Preparatevi dunque umilmente e pazientemente a sopportare ogni cosa. -
E ancora, quando passavano, destava in tutti meraviglia
il loro strano modo di vestire e il loro sistema di vita, giudicato simile a
quello degli uomini selvatici.
Incontrando sul loro cammino una chiesa, o una semplice
croce, si ponevano in orazione, dicendo: «Ti adoriamo, o Cristo, e ti
benediciamo, per tutte le tue chiese che sono in ogni luogo, poiché con la tua
croce santa hai redento il mondo».
Allorché entravano nelle città e nei villaggi, nei
castelli e nelle case, rifioriva sulle loro labbra il saluto inconsueto e
meraviglioso, che augurava la pace e intonava le lodi del Signore, E c’era chi
rimaneva attonito ad ascoltarli, e chi li scherniva, e chi curiosamente li
assillava di questioni e di domande, chiedendo donde venissero e a quale Ordine
appartenessero. Rispondevano costantemente di essere «uomini di penitenza nella
città di Ascesi nati, e l’Ordine loro non costituire ancora una regolare
religione».
Altri li giudicavano ingannatori e pazzi e si rifiutavano
di accoglierli nelle case. E così in molti luoghi, dopo essere stati fatti
segno a ogni sorta di ingiurie, erano costretti a dormire sotto i portici delle
case e delle chiese…
I grandi e i piccoli, abituati alla rappresaglia come
dovere di onore, giudicavano inconcepibile tanta viltà. E se ne adontavano e li
provocavano, togliendo loro perfino la sola tonaca che portavano; li
imbrattavano di fango; li schernivano, mettendo loro nelle mani i dadi e
invitandoli a giocare: li alzavano a forza da terra, afferrandoli per i
cappucci e portandoli attorno come appiccati.
Anche in fame, sete, freddo, nudità, angosce,
tribolazioni, sopportavano con fermezza e umiltà, come il beato Francesco aveva
loro insegnato. Non si rattristavano, non si turbavano, non maledicevano quelli
che procuravano loro il male; ma, in conformità del Vangelo, ritenevano questo
un grande premio e si rallegravano in Dio, pregando per i loro persecutori.
Spesso avveniva cosi che molti, toccati da tanta virtù,
venissero a domandare loro perdono per averli ingiustamente offesi. Ed essi di
perdonavano, per amore di Dio…
Lupi e briganti
da Nova vita di San Francesco di Arnaldo Fortini
I lupi sono nel regno degli animali ciò che i briganti
sono nel mondo degli uomini. Nessuna cosa potrà vincerli, né il rigore delle
leggi, né l’accanimento dei giustizieri, né risentimento delle vittime, né la
crudeltà dei tormenti, ma soltanto la parola della carità. E’ questo il
significato del miracolo del lupo di Gubbio.
Il bandito come un lupo
da L’emarginato di B. Geremek
Si tratta dei banditi, di coloro, cioè, che una decisione
della comunità, una disposizione di legge entro i confini di un determinato
territorio o hanno messo tout court fuori legge…
Il bando è dunque esclusione dal diritto alla pace,
significa spogliare l’uomo dei suoi diritti naturali, privarlo della sua
condizione vera e propria. La
Lex Salica (55, 2) sentenzia che il bandito «vagus sit». Ciò
vuol dire che va trattato come un lupo, quindi scacciato dalla collettività
umana, e la sua uccisione sarebbe un mezzo legittimo di difesa. Ma anche in
questo principio di diritto consuetudinario c’è la constatazione secondo cui
l’uomo, fuori dei vincoli sociali e fuori della «patria», esposto ai rischi di
un ambiente selvatico e soggetto alle regole di vita della macchia e dei luoghi
disabitati, diviene quasi un lupo, un uomo lupo: l’orco delle fiabe corrisponde
nella vita all’uomo asociale che ha trasgredito le norme della vita sociale ed
è venuto a trovarsi fuori di essa…
Nella documentazione storica, gli emarginati lasciano
poche tracce: non stabiliscono rapporti, non ereditano, non sono eroi di grandi
imprese che possano passare alla storia. Sono presenti anzitutto negli archivi
della repressione, quindi in un’immagine riflessa dove appare non soltanto la
giustizia della società organizzata, ma anche il suo timore e il suo odio. Per
questo, le informazioni riguardano prima di tutto la società stessa, e solo su
un secondo piano quelli che sono oggetto di repressione. E poi le informazioni
sì riferiscono alle norme giuridiche più che alle persone.
Un lupo del 2000: il caso Liboni
da Il sacrificio del
lupo di Marco Lodoli (da La
Repubblica)
Simbolo dell’orrore che ci portiamo
dentro e che ci spaventa a morte
Sono ormai passati alcuni giorni dalla conclusione del
caso Liboni, la questione è definitivamente chiusa, chi doveva pagare ha pagato
e pare che non ci sia più molto da dire. Eppure qualcosa mi raschia i pensieri,
un dubbio, una perplessità, qualcosa che vorrei provare ad esprimere. Ecco, a
mia memoria non ricordo una demonizzazione così completa e integrale come
quella che i mezzi di informazione, ma anche la gente nei bar e nei mercati e
nelle case, ha costruito addosso al Lupo di Montefalco. Nessuno ha mai
incarnato la figura della Belva. Maligna così perfettamente come Luciano
Liboni. Certo, era un perfido criminale, ha ucciso a sangue freddo un
carabiniere, ma quanti misfatti perfino peggiori di questo hanno insanguinato
il nostro paese? Quanti mafiosi hanno ammazzato decine di persone, sciolto
nell'acido gli avversari e anche innocentissimi bambini, quanti serial killer
hanno fatto stragi di prostitute, seviziandole come la mente umana neanche
potrebbe immaginare? Eppure di costoro non ricordiamo quasi nulla, e neppure
nei momenti in cui occupavano le pagine dei giornali e la fantasia dei lettori,
neppure allora vennero percepiti come il Male Assoluto. Questo ruolo è toccato
solo a Luciano Liboni. Il fatto che avesse alle spalle genitori
disgraziatissimi, un'infanzia di puro dolore, un'adolescenza scassata e penosa
non è contato niente. Per lui nessuna minima giustificazione, neanche una
misera attenuante. Lui è stato l'Assassino, l'Uomo Nero, l'Orco. Lui aveva in
sé tutto lo schifo dell'universo, la malaria, l'epilessia, l'Aids, era un
lurido barbone amico solo di puttane e senzatetto. Era un padre degenere, un
figlio maledetto, un compagno traditore.
Non sono uno psicologo né uno studioso di antropologia
culturale, ma ho l'impressione che Liboni abbia simbolizzato tutto l'orrore che
ci portiamo dentro e che ci spaventa a morte. E' stato il Capro Espiatorio per
esorcizzare le mille angosce che ci possiedono. Il suo è stato un sacrificio
rituale per mondare la società di tutti i suoi mali. Come una spugna magica ha
assorbito la schiuma velenosa che circola per le strade e nelle coscienze. Non
mi sorprende più di tanto che qualche bastian contrario abbia scritto sui muri
di Roma frasi inneggiami al Lupo. Se il Male sta completamente da una parte,
troverà sempre i suoi devoti, folli che però istintivamente comprendono quanto
il Bene giustiziere, il Bene che si libera con una sola rivoltellata di ogni
problema, sia una menzogna e un'ipocrisia.
Forse l'estate può essere anche noiosa, il grande vuoto
va colmato di storie avvincenti, maledette, e la caccia al Lupo è stato un
romanzo che ognuno di noi ha seguito appassionatamente. Dormiva nelle grotte,
nei luoghi disperati, mutava volto e identità, forma e sostanza, proprio come
un virus feroce e inafferrabile. Somigliava tanto, troppo, al nostro malessere,
alla paura indefinita che proviamo verso l'ignoto, verso noi stessi, verso la
vita, quella paura che si trasforma ogni giorno e non guarisce mai. Oggi
temiamo di ammalarci, di smarrire la ragione, domani temiamo di diventare
poveri, di perdere tutto, e poi di guastare i rapporti con la famiglia, con gli
amici, con l'amore. Siamo terrorizzati da quello che può succedere, perché la
nostra normalità è legata a un filo. Luciano Liboni è ciò che negli incubi
peggiori temiamo di diventare, è ciò che in parte già siamo, quando la terra
diventa sabbia mobile sotto i nostri passi insicuri e allarmati. Lui era la
minaccia che andava annientata. Ora ci sentiamo un po' meglio, il dente marcio
è stato strappato: ma lì davanti è rimasto un buco, e il nostro sorriso di
sollievo non è poi tanto piacevole da vedersi, né troppo rassicurante.
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