CHE GUEVARA E DON CHISCIOTTE
ovvero Don Ernesto della Mancia che morì sopra una panca
 

 

RASSEGNA STAMPA

 

Che Guevara
e Don Chisciotte
Leggendario
dello spettacolo

 

CHE GUEVARA E DON CHISCIOTTE AL SANCARLUCCIO DI NAPOLI
di Antonella Carlo

          E se la nostra vita fosse una corsa affannosa in quel famoso palazzo ariostesco, il palazzo d'Atlante, all'inseguimento di un fantasma, di un eidolon, che puntualmente ci sfugge? Ecco il nostro sogno: cristallizzato in una parete di vetro, proiettato in un labirinto senza fine, immagine vicina ma pur sempre irraggiungibile. Senza il sogno, senza l'utopia, l'esistenza umana non ha più senso: per questo l'uomo è abituato a correre in un labirinto, a inseguire i propri mulini a vento. Orlando, Ruggiero, Don Chisciotte, Sancio Pancia, Che Guevara: tutti questi uomini hanno fatto del Desiderio e dell'Utopia il motore della loro vita. Alla faccia della comune e mediocre razionalità, dell'utilitarismo borghese: il sogno, quando ha gettato le radici nella sensibilità e nell'intelligenza umana, non vuole barriere.
          Nel teatro di Lucio Vinciarelli il Che e Don Chisciotte rappresentano una figura unica, un solitario cavaliere di ogni epoca che cavalca tra le rovine del proprio mondo. Questo cavaliere non conosce remore e barriere, indugi e timori: la sua fantasia è vigile, la sua tempra è capace di opporsi alle difficoltà di un percorso lungo e faticoso. Dulcinea, da semplice contadinella, può divenire una dama bella ed intrigante, un ronzino vecchio e stanco può trasformarsi in un cavallo robusto e veloce, la Bolivia della sofferenza, della fame, della miseria può trasformarsi in una solare terra del domani. Recita Vinciarelli nei panni di Don Chisciotte: se vuoi diventare cavaliere errante devi essere indifferente al cibo, ai soldi e al vestiario, poiché i miei bisogni sono le armi, il mio riposo la battaglia, il mio letto le dure pene, il mio sonno vegliare sempre.
          Il cavaliere errante, il sognatore Don Chisciotte e il rivoluzionario Che Guevara hanno davanti a loro il mondo dell'ingiustizia e del conformismo, dei benpensanti e dei violenti. Questo mondo di intrighi e di potere, questo mondo di vuoti ed insolenti agenti della CIA e del KGB, che Vinciarelli presenta con ironia scoppiettante, considera il Che-Don Chisciotte pazzo e pericoloso. Pazzo perché solo così si definisce, secondo l'ottica comune, il tentativo dell'uomo che lotta in nome del sogno e fa dell'onestà e della coerenza la propria bandiera. Pericoloso perché la parola, l'impegno, l'azione anticonformista, fanno paura ad una società che si erge su delle fondamenta di sabbia.
          Il presidente americano (che stavolta è un Vinciarelli dal sorriso plastico, dallo sguardo fintamente ingenuo) ha costruito la maschera di un'America consumistica ed appagata, dal riso facile e dalla memoria breve. Bastano la forza e l'impegno del Che, la sua durezza e la sua tenerezza, il coraggio generoso e l'umanità di un cavaliere anticonformista a far crollare le ipocrisie, le finzioni, le mistificazioni. Emblematicamente il presidente americano è fatto morire da Lucio Vinciarelli a causa di un fiore che gli si conficca nel cuore. Non è il subdolo colpo di fucile (utilizzato in maniera cieca ed inconsapevole dal semplice soldatino boliviano) ad ammazzare il presidente, ma un fiore fresco e colorato. Un fiore che, nella sua fragilità e nella sua forza, nella forza e nel colore del sogno, fa cadere la vuota apparenza, il mulino a vento della presunta "perfezione" americana.
          Ma chi è questo cavaliere errante argentino-cubano che, con un fiore, fa stramazzare il presidente americano, questo Don Chisciotte che ha sulla sua testa una taglia e che continua a sfuggire agli agenti della CIA, i mostruosi Caronte delle masse? E' un uomo pazzo e saggio, rivoluzionario e sognatore, che fa dell'utopia di un mondo migliore la meta della propria vita. E per questo è irriso dalla gente, dalla fangosa e conformista massa che sguazza nella propria banalità quotidiana. Ma Che-Don Chisciotte continua a inseguire la libertà nel palazzo di Atlante, la libertà che è uno dei doni più preziosi che i cieli dettero agli uomini (Cervantes) e che può ancora trovare radici nella terra arsa di Bolivia e nel mondo. E neanche la morte può mettere a tacere l'Utopia ed il Sogno.
Quando Ernesto viene recitato nel Paradiso degli eroi Vinciarelli si chiede: è l'ultimo sogno del Che nella sua ultima notte o il primo giorno di un'altra vita? Possiamo trovare una risposta in dei versi di Pessoa: Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso voler essere niente. / A parte ciò ho in me tutti i sogni del mondo.
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