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ovvero Don Ernesto della Mancia che morì sopra una panca |
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Del Don Chisciotte de la Mancia
il Che ebbe quasi una venerazione, costante per tutta la sua
vita. A ciò lo spingevano la cultura nazionale argentina
e quella della vecchia metropoli iberica, ma anche la sua etica
personale - per l'appunto "donchisciottesca" - di rivoluzionario,
umanista e visionario. Sono molte le prove dell'avvenuta autoidentificazione
con l'immagine romantico-cavalleresca, quale si è affermata
col tempo, di quel grande paladino della libera divagazione fantastica.
Per esempio, il brano di una lettera alla madre, nell'autunno
del 1956: La libertà, Sancio, è
uno dei doni più preziosi che i cieli dettero agli uomini,
e non possono eguagliarla né i tesori che la terra racchiude,
né quelli che il mare ricopre. Quindi per la libertà
come per l'onore si può e si deve rischiar la vita. Mentre
invece la schiavitù è il peggior male che possa
capitare agli uomini. |
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