SAN GIORGIO CAVALIERE
Dieci leggende un prologo e un epilogo per un’idea di un epos cristiano
 

 

RASSEGNA STAMPA

 

San Giorgio
Cavaliere
Leggendario
dello spettacolo
San Giorgio
in Italia

 

Andrea Frambosi - L’Eco di Bergamo. Lucio Vinciarelli indossa una tunica bianca per i personaggi buoni e una nera per quelli cattivi in una semplificazione tanto arcaica quanto geniale, che, eludendo un manicheismo di maniera, ci riporta invece alla fresca ingenuità del teatro religioso delle origini. La rappresentazione sacra della vita, dei miracoli e del martirio di "San Giorgio Cavaliere" presentata da Vinciarelli sabato scorso presso la chiesa parrocchiale di Orio, dedicata proprio al Santo, è stata l’occasione per accostarsi a un tipo di teatro che è raro vedere dalle nostre parti.
Nativo di Gubbio, Vinciarelli ha vissuto parecchi anni a Torino, per tornare poi in Umbria. Attore eclettico, lavora oltre che in teatro al cinema e in televisione. Devoto sin da piccolo al "cero" di san Giorgio, che ha portato in processione per più di quindici anni, si è messo a ricercare notizie ed a catalogare leggende sulla figura del santo. Ne è nato così questo spettacolo che ne raccoglie dieci, attraverso le quali l’attore mette in scena la vita, i miracoli e il martirio.
Quello che ne è uscito è uno spettacolo strano, di un teatro povero nell’accezione grotowskiana del termine, necessario nella sua ineluttabilità, inattuale nella sua attualità. Tanto più complesso quanto più improntato, al contrario, ad una estrema semplicità narrativo-compositiva. Quasi che il tempo, per lui - e per noi - si fosse fermato alle sacre rappresentazioni, e lo spettacolo fosse una sorta di affresco, di quelli che oggi sono solo opere d’arte ma che per lo spettatore di secoli addietro rappresentavano una sorta di libro sul quale leggere le vite dei santi o dei martiri. Spettacolo per certi versi straordinario quello di Vinciarelli che, da solo, si cala nei panni di tutti i personaggi con pochi, ingenui ma sapienti accorgimenti: una parrucca, il cambio di tunica, un’arma lo trasformano in principessa, fabbro, drago, imperatore.
I registri variano dal grave al drammatico, dal gioioso al comico, al tragico, e Vinciarelli dispiega il suo talento artistico addirittura mescolando passi dal sapore esotico (con echi di danze orientali), e dove alla sfrenatezza di una musica raj si sovrappongono un’arpa celtica, una musica sacra o una etnica. Impressionante per genialità di invenzione e impatto drammaturgico la sovrapposizione della figura dell’Imperatore romano Diocleziano con quella del drago: un concentrato drammatico di voci e suoni che esemplificano l’incarnazione del male come poche volte si è visto fare in teatro.

Virgilio Celletti - L’Avvenire. L’imperatore Diocleziano ha un camicione nero lungo fino ai piedi e una corona di alloro appassito sulla testa. Spietato persecutore dei cristiani, prima cerca di far abiurare la fede a San Giorgio, suo valoroso ufficiale, poi fallito il proposito lo avvia al martirio. La sovrapposizione dell’imperatore e del drago, che San Giorgio ha appena sconfitto, è un vero colpo di teatro, un’intuizione quasi geniale: un altoparlante diffonde il discorso dell’imperatore, insinuante e ampolloso, una sorta di diretta radiofonica ante litteram; dal vivo Diocleziano ricalca qualche frase con intenti caricaturali, ogni tanto ruggisce o ringhia come farebbe un drago, strabuzza gli occhi e sfodera la lingua che vorrebbe essere di fuoco. Il drago, l’imperatore, San Giorgio: è sempre Lucio Vinciarelli che dà loro e a un’altra decina di personaggi la voce cangiante e l’espressione che trascolora dalla gioia alla rabbia, dallo stupore al dolore, alle risa sfrenate, al misticismo. Lucio Vinciarelli è di Gubbio, dove ogni bambino da secoli viene iniziato alla devozione di uno dei tre santi della festa dei Ceri di Gubbio ovvero di S. Ubaldo, S. Giorgio e S. Antonio. Lui ha scelto il secondo: in lunghi studi ha ricostruito dieci leggende della sua vita e le propone, un po’ contastorie un po’ Fregoli, ridendo e piangendo, pregando e danzando, in una sacra rappresentazione che ha l’eleganza e le trovate della semplicità. Un parroco del Novarese identifica col drago l’usura, la droga, la mafia. Vinciarelli, rappresentando l’altra sera la sua leggenda nella basilica romana di San Giorgio al Velabro, devastata tre anni or sono da ignoti attentatori, pensa che in questo caso il drago possa essere la viltà.

Pina Paoli - Poetessa. L’efficacia di Vinciarelli, in questo molteplice gioco di prospettive, è quella di miscelare con estrema duttilità le singole situazioni. A toni severi e drammatici unisce solarità ed ironia e soprattutto nelle figure del Servo, del Fabbro, di Glicerio e di Pasicrate c’è un’umanità di grosso spessore, di grande pulizia morale ed enormi spazi di affettuosità quotidiana, filtrata attraverso il tempo che scorre lungo l’arco di una vita. Sul volto di Pasicrate, soprattutto, si legge l’attento studio di mimo fatto da Vinciarelli. Il dolore, per la morte di Giorgio, è tutto lì, racchiuso nel volto del fedele scudiero. Un’umanità attenta e consapevole con una saggezza di vita essenziale e sintetica, lontana dall’arroganza del potere, impersonata dall’imperatore Diocleziano. Qui lo studio teatrale è stato sottile. La doppia identità, dell’Imperatore, assume degli aspetti grotteschi di grande efficacia. I suoi guaiti dicono più di mille parole, la vera belva della situazione è lui. Più efficace del drago stesso.

La Stampa. Vinciarelli è riuscito a recitarla anche a Tuzla, la martoriata località bosniaca nella quale i "draghi" per parecchio tempo hanno spadroneggiato indisturbati.

Marta Meli - Giornalista. Giocando con una varietà incredibile di espressioni, Lucio Vinciarelli riesce ad assumere, tra gli altri, le sembianze del crudele imperatore Diocleziano, di un povero contadino disperato, del potente mago Atanasio, e persino di un ferocissimo drago affamato. Ma la magia più spettacolare appare alla quarta leggenda, quando Vinciarelli si trasforma nel personaggio della principessa, pasto futuro dell’orribile drago. Chiedete all’attore come fa ad impersonarla con tanta levità e vi menzionerà distrattamente un certo corso di danza del ventre, frequentato a Torino qualche anno fa. Lucio Vinciarelli è un artista particolare. In un mondo dove è lo spettacolo urlato e becero a far più successo, chi arriva in punta di piedi e canta storie sottovoce passa facilmente inosservato. Occorre saper ritrovare quel modo di sentire fragile e delicato, riposto profondamente dentro ognuno di noi, per poter applaudire, alla fine, uno spettacolo come San Giorgio Cavaliere.



HOME